1. Premessa: analisi del territorio.

La Campania è la quarta regione olivicola italiana per la quantità di prodotto e la sesta relativamente alla superficie destinata alla olivicoltura. La diffusione di tale tipo di coltivazione è stata favorita dalla natura vulcanica di molti terreni e dal clima mediterraneo che ha consentito lo sviluppo di numerose varietà e di differenti sistemi di coltivazione.

La zona del Cilento è caratterizzata dalla presenza di olivi secolari e di grande taglia; la zona del Medio Sele è caratterizzata da oliveti a monocono o a siepone e la raccolta avviene prevalentemente attraverso mezzi meccanici; nella Penisola Sorrentina è possibile trovare oliveti consociati ad altri tipi di colture; nel Sannio e nella zona del Casertano prevalgono le colture a vaso policonico e le piante sono disposte in filari piuttosto regolari; la zona dell’Irpinia è invece caratterizzata da un tipo di colture di alta collina.

L’elezione privilegiata dell’olivicoltura come attività caratterizzante l’intero territorio della Campania permette di raggiungere l’ulteriore obiettivo di salvaguardia e protezione del paesaggio, perché si tratta di colture che interessano prevalentemente (anche se non esclusivamente) le zone collinari, laddove tradizionalmente si verificano i maggiori pericoli di frane e smottamenti del terreno. Questi pericoli possono appunto essere scongiurati (o comunque contrastati) grazie alla maggiore o minore concentrazione degli olivi, tenuto conto della particolare conformazione delle radici di tali alberi in grado di contenere il terreno evitando quindi frane e smottamenti.

L’analisi dei metodi di valorizzazione della produzione non può prescindere dalla contestuale indagine sulla funzione paesaggistica degli uliveti. Se da un lato, bisogna constatare che rispetto ad altre Regioni (ad esempio la Puglia o la Toscana), questo aspetto è stato trattato marginalmente in Campania, ciò non significa che non si possa (e non si debba) colmare tale lacuna e potenziare l’analisi anche sotto questo profilo.

Il compito è sicuramente molto difficile, anche perché dall’esame delle norme paesaggistiche di matrice nazionale dettate nel Codice dei beni culturali e del paesaggio non è possibile ravvisare nessun elemento che consenta di porre l’accento sull’importanza di una valorizzazione degli ulivi come componente caratteristica e tradizionale del paesaggio regionale.

L’art. 135 del Codice dei beni culturali e del paesaggio si limita a sollecitare lo Stato e le Regioni a redigere piani paesaggistici diretti alla salvaguardia delle aree agricole, ma non aggiunge nessuna altra specifica disposizione. Tuttavia, è possibile pensare che gli uliveti ricadano nell’ambito dei vincoli paesaggistici quando la conformazione del territorio permetta di considerare tali coltivazioni veri e propri beni paesaggistici in funzione dei valori storici, culturali e morfologici e dello stretto collegamento che essi rivestono in rapporto al luogo in cui si trovano. Più semplice è giungere a tali conclusioni, nell’ipotesi di ulivi che presentino caratteristiche esplicite di monumentalità, perché il Codice Urbani, riformato dal decreto legislativo 26 marzo 2008, n. 63 menziona tra le categorie di beni immobili che possono formare oggetto di vincolo paesaggistico gli alberi monumentali, mentre le stesse conclusioni avrebbero bisogno di un più robusto impianto argomentativo nell’ipotesi di alberi non rientranti nella definizione sopra ricordata.

A tal proposito va qui ricordato che l’art. 7 della legge 14 gennaio 2013, n. 10 intitolato “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi” dispone che l’ulivo che presenti le caratteristiche tali da permettere la qualificazione come albero monumentale, secondo i parametri dell’età, dimensioni, pregio naturalistico, rarità botanica o collegamento dal punto di vista storico, culturale, documentario o delle tradizioni locali, può essere inserito nell’elenco degli alberi monumentali d’Italia, istituito dalla legge e che viene redatto e aggiornato dalle regioni sula base dei dati risultanti dai censimenti comunali e sotto il controllo del Corpo forestale dello Stato.

Tale possibilità di tutela è ovviamente rimessa alle ipotesi in cui gli ulivi abbiano i caratteri di alberi monumentali, ma potrebbe essere estesa oltre questo ristretto ambito.  Ciò trova conferma nel fatto che il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, ben comprendendo come il mantenimento e la salvaguardia degli uliveti siano strumenti utili a garantire la protezione degli habitat, con i decreti del 22 dicembre 2009 e del 13 maggio 2011, ha vietato l’estirpazione delle piante di ulivo e ha imposto agli agricoltori l’obbligo di mantenere gli uliveti in buone condizioni vegetative.

Fermo restando quanto previsto in relazione agli usi e alle consuetudini locali, il legislatore ha standardizzato le tecniche di coltivazione, prevedendo la potatura almeno una volta ogni cinque anni e prescrivendo con frequenza almeno triennale interventi diretti alla spollonatura e all’eliminazione dei rovi e delle altre vegetazioni infestanti, così da scongiurare il pericolo di danneggiamento della chioma delle piante. Dall’esame delle fonti si desume che neppure nell’ipotesi in cui l’olivicoltore decida di sospendere la produzione potrà esimersi dalla cura e dal mantenimento delle piante di ulivo seguendo questi standard minimi.

Le differenti tipologie e l’estrema varietà delle coltivazioni campane hanno consentito lo sviluppo di molti oli extravergine di oliva, tra cui possiamo annoverare anche alcune produzioni a Denominazione di Origine protetta (Colline Salernitane[1], Cilento[2], Penisola Sorrentina[3], Irpinia Colli dell’Ufita[4], Terre Aurunche[5]). Altri oli extravergine di oliva, pur non essendo ancora riconosciuti come DOP a livello europeo, hanno comunque ricevuto la relativa approvazione dal Ministero delle politiche Agricole (Colline Caiatine[6]).

In ultimo, non mancano i prodotti oggetto di istruttoria per il loro riconoscimento qualitativo (Terre del Clanis e Terre Matese), a testimonianza di un patrimonio variegato di biodiversità che annovera la catalogazione di più di sessanta varietà autoctone[7].

Nonostante l’elevata qualità dei prodotti dell’ovicoltura campana da una indagine Ismea di qualche anno addietro[8] è risultato che gli oli extra vergini italiani Dop/Igp più venduti e conosciuti all’estero erano il Toscano seguito da Umbria Dop e Chianti Classico Dop maggiormente valorizzati rispetto a quelli campani e oggetto di campagne di marketing e di distribuzione del prodotto ben organizzate verso l’estero.

La produzione in Campania si è purtroppo abbassata sotto il profilo quantitativo ed è aumentata l’esigenza di tenere sotto controllo le aziende produttrici, in modo da predisporre piani di aiuto specifici.

L’osservazione non è scontata, soprattutto nel periodo attuale in cui occorre vigilare e saper affrontare i pericoli provenienti dagli sbalzi climatici o dalla diffusione di parassiti così da intervenire in modo efficace, garantendo il mantenimento dei livelli quantitativi e qualitativi della produzione interna senza ricorrere all’utilizzo di oli provenienti da altri territori. A questo proposito, va ricordato che nel mercato alimentare dell’olio di oliva sono state adottate dal Garante della concorrenza e del mercato numerose decisioni per sanzionare le forme di pubblicità menzognera, in tutti i casi in cui l’olio imbottigliato non è risultato interamente di provenienza degli olivi della Regione indicata in etichetta. A titolo esemplificativo si possono qui ricordare le Decisioni 30 aprile 1997, n. 4970; 18 dicembre 1997, n. 5564; 19 febbraio n. 57139.

[1]Regolamento CE n. 1065/97. Cfr. il DM 6.8.1998. Il disciplinare id produzione prevede che la raccolta avvenga a mano o attraverso mezzi meccanici entro il 31 dicembre di ogni anno. La produzione è attestata nel territorio di 82 comuni.

[2]Regolamento CE n. 1065/97. Cfr. DM 6.8.1998. Il disciplinare di produzione è estremamente rigoroso e impone che le olive siano raccolte a mano e molite entro il secondo giorno della raccolta. L’Olio Cilento dop è prodotto nei territori di 62 comuni campani.

[3]Regolamento CE n. 1065/1997. Cfr. il DM 6.8.1998.

[4]Regolamento CE n. 510/2006 del Consiglio “Irpinia – Colline dell’Ufita”, N. CE: IT-PDO-0005-0500-28.9.2005. Cfr. Regolamento UE n. 203/2010. La raccolta deve essere eseguita a mano entro la metà del mese di dicembre e la molitura deve avvenire entro il secondo giorno.

[5]Regolamento CE n. 510/2006 del Consiglio “Terre Aurunche”, N. CE: IT-PDO-005-0571-21.11.2006 DOP (2011/C 108/09). Cfr. Reg. CE 1361/2011 e DM 66751 del 9 settembre 2014.

[6] Il territorio di produzione ricomprende 15 comuni della provincia di Caserta. L’olio Colline Caiatineutilizza la varietà Caiazzana particolarmente precoce. La raccolta viene effettuata nel mese di ottobre.

[7] A titolo meramente esemplificativo e non esaustivo si possono ricordare le seguenti varietà autoctone: l’Ogliarola, la Ravece e la Nostrale di Lauro (Avellino); Ortice, Raciopella, Sprina e Ortolana (Benevento); l’Olivo da Olio o Minucciola (nella Penisola Sorrentina); Caiazzana, la Tonda, la Sessana e l’Asprinia (Caserta); Rotondella, Carpellese, Nostrale, Pisciottana e Biancolilla (Salerno).

[8] I dati si riferiscono ad una ricerca pubblicata nell’aprile 2006 da parte dell’Ismea. L’analisi compiuta in tale Report, nonostante si tratta di un’indagine non più recente, continua ad essere utile e rappresenta un punto di partenza interessante per lo studio del posizionamento all’estero dell’olio di oliva italiano. Si tratta di dati che devono essere presi in considerazione, ancorché non più recenti, in quanto frutto di un’analisi svolta in un periodo di produzione fisiologico non caratterizzato dal forte calo della produzione che si è avuto recentemente a seguito dei parassiti e delle avversità meteorologiche e che attualmente registra la seguente situazione: più che dimezzata la produzione nel centro Italia, Umbria compresa, in Puglia e Calabria contrazione di oltre un terzo, in Campania e Sardegna -40%, -37% nel Lazio, in Sicilia -22%. L’Italia ha subito in media un crollo della produzione di -35% e si attesta intorno alle 302mila tonnellate rispetto alle 464mila (dato Istat) della scorsa campagna. Per questa ragione appare utile comparare i dati attuali con quelli del posizionamento all’estero di circa dieci anni che dimostravano  una presenza leader dei produttori italiani in Austria, Germania, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti e Svezia, mentre il primato di oli di provenienza spagnola in Francia e in Russia (Cfr. Il posizionamento all’estero dell’olio di oliva italiano, Report Ismea, 2006). Purtroppo sarà molto difficile mantenere il medesimo posizionamento a causa dei problemi sopra ricordati.